A. L. S. A.

 

Associazione Livornese Scienze Astronomiche

 


DISPENSA N. 18
LA FOTOGRAFIA ASTRONOMICA
(a cura di Dino Orsucci)

Fotografare il cielo, le costellazioni, la Luna, i Pianeti ecc. è possibile e nemmeno tanto difficile, anche quando si dispone d'attrezzature di livello amatoriale. Però, trattandosi di fare della fotografia in condizioni particolari, necessita un po' di preparazione: secondo gli oggetti da fotografare, cambiano attrezzi, metodi, facilità di buon esito ecc.

Le note che seguono presuppongono che l'aspirante astro-fotografo abbia già un po' di dimestichezza con le tecniche ed i termini dell'arte fotografica, cioè che sappia il significato di sensibilità (ISO), otturatore e tempi, aperture (diaframmi) e così via, e non si creda di saperlo solo perché ha fatto eccellenti fotografie con una moderna macchina elettronica che "fa tutto da sé". Questo tipo di macchina non insegna niente e non è assolutamente idonea al nostro scopo. La fotocamera ideale per questo lavoro [
Disp. 32] è una reflex 24x36, obiettivi intercambiabili, posa B, bottone di scatto filettato per il flessibile, possibilità di svincolo da eventuali automatismi. E' preferibile che possa impostare tempi 'manuali' lunghi (meglio se fino ad un secondo e oltre), che la posa B non utilizzi le batterie ma sia meccanica, e (raffinatezza che poche reflex hanno) che si possa sollevare lo specchio manualmente prima dello scatto per evitare vibrazioni.

Per quanto riguarda le pellicole, vanno bene tutte quelle normali per luce diurna, meglio se di sensibilità medio-alta (es. 200-400 ISO). Però c'è un motivo preciso per dare preferenza alle diapositive: lo sviluppo del negativo e l'inversione delle diapositive vengono attualmente effettuate dai laboratori commerciali con sistemi automatici che danno risultati generalmente ottimi ed omogenei. Però, mentre la diapositiva così trattata è già pronta per l'uso, il negativo deve subire ancora il processo di stampa e durante questa fase i sistemi automatici di lavorazione (tarati per riprese "normali" di scene luminose) trovandosi di fronte ad un fondo quasi tutto nero vengono ingannati e tendono a schiarire la stampa: il risultato è disastroso. Morale del discorso è che la diapositiva è un test sicuro per giudicare la correttezza dell'esposizione (come lo è il negativo), ma la stampa viene fuori con esiti del tutto imprevedibili.

Ci sono vari metodi per fare foto astronomiche, ma quelli più affidabili e quindi più praticati dagli astrofili seri sono (in scala crescente di difficoltà):

  • Macchina con il suo obiettivo, a mano libera o fissata su cavalletto: panoramiche di cielo al crepuscolo con Sole, Luna, fenomeni atmosferici, pianeti luminosi e, con il buio, costellazioni a posa breve, rotazione della volta celeste [Disp. 19].
  • Macchina con il suo obiettivo fissata su un telescopio: è la cosiddetta foto in "parallelo", adatta a riprendere costellazioni, Via Lattea, presenza di pianeti [Disp. 20].
  • Macchina priva del suo obiettivo e fissata con opportuni raccordi al focheggiatore del telescopio (metodo del fuoco 'diretto' ove è l'obiettivo telescopico che forma l'immagine). Il moto orario, se presente, amplia le possibilità di lavoro. Si riprendono la Luna, piccole porzioni di cielo con ammassi, nebulose ecc. [Disp. 21]
  • Metodo della proiezione oculare o indiretto. Telescopio con applicato uno speciale raccordo chiamato 'telextender' ove si inserisce un oculare e quindi si applica la macchina priva d'obiettivo. Consente forti ingrandimenti fino a rendere apprezzabili le immagini di pianeti e d'altri oggetti angolarmente piccoli. Belle anche le immagini di particolari della Luna [Disp. 22].

E' ovvio che le varie tecniche abbisognano di specifici accessori. Gli esposimetri incorporati nelle fotocamere servono poco o niente, e bisogna arrangiarsi con tabelline, regoli calcolatori, qualche formuletta, ma specialmente far tesoro delle proprie esperienze ed errori. Occorre essere disposti a sciupare tanta pellicola, specialmente all'inizio. Una cosa importantissima è quella di prender nota SEMPRE dei dati di ripresa: data, luogo, oggetto, tecnica, pellicola, tempo di posa, apertura ecc. Sulla scorta di questi dati e dei relativi risultati, sarà facile per ognuno estrapolare delle 'regole' adatte alla propria attrezzatura e metodo di lavoro.

Occorre ricordare un principio che sta alla base della tecnica fotografica, e che le moderne fotocamere automatiche hanno fatto dimenticare. Per fotografare un certo oggetto nelle determinate condizioni di luce in cui si trova al momento, occorre adottare una giusta miscelazione di tre cose: sensibilità della pellicola, diaframma (altrimenti detto apertura) e tempo di posa. Ognuno di questi elementi si misura secondo una sua scala specifica, nella quale, passando da uno scalino all'altro, si raddoppia o si dimezza il valore. Quindi per fare una foto esposta correttamente in teoria abbiamo disponibile una gran varietà di combinazioni dei tre elementi. In pratica però, come vedremo, insorgono dei limiti che restringono il campo delle scelte.

Ciò premesso, le tre variabili si possono gestire più o meno volontariamente:

  • la sensibilità (ISO) si sceglie acquistando il materiale sensibile, tenendo presente che le basse sensibilità hanno in genere una resa migliore come grana e definizione, ma costringono ad usare tempi di posa più lunghi;
  • riguardo ai tempi d'esposizione si useranno quando possibile quelli che la fotocamera è in grado di eseguire. Per quelli più lunghi si ricorrerà alla posa B e scatto flessibile;
  • per le aperture occorre aprire il discorso teorico che segue.

Sugli obiettivi fotografici è stampigliata una serie di valori di diaframmi (o aperture) come ad esempio 2, 2.8, 4, 5.6 ecc. selezionabili a piacere o automaticamente e la scelta dell'uno invece dell'altro fa restringere o allargare il diaframma che regola la quantità di luce che arriverà sulla pellicola. I numeri suddetti non sono altro che il rapporto fra lunghezza focale dell'obiettivo e diametro del diaframma. Il valore 4 sta a significare che, per esempio, un obiettivo da 50 mm. di focale ha in quel momento selezionato un diaframma con diametro 12.5 mm. ( 50 / 12.5 = 4 ). In verità nessuno, facendo fotografie, si preoccupa della misura in millimetri del diaframma, perché quello che conta è il valore "4", o come si dice in gergo, f 4.

Nella fotografia astronomica, quando si usa l'obiettivo della fotocamera, vale ovviamente il discorso appena fatto. Quando invece si opera al fuoco diretto, l'apertura 'f ' che stiamo usando è quella propria del telescopio:

Il calcolo è sostanzialmente uguale a quello dell'obiettivo fotografico. Con altre tecniche, come proiezione oculare, la faccenda è un po' più complicata e occorrerà riparlarne a tempo debito. La prima conseguenza è che con fotocamera e suo obiettivo c'è una certa libertà di scelta d'apertura, con il telescopio questa è fissa.

Quanto detto aiuta ad intuire che a valori numerici bassi di 'f ' (es. 2.8, 4) corrispondono aperture 'grandi' che lasciano passare tanta luce, mentre a valori alti (es. 16, 22) corrispondono fori piccoli e la luce che passa è sempre meno. Nella fotografia astronomica (ove talvolta si lavora a f 90 e oltre) questo comporta un grandissimo inconveniente, dovendo inquadrare oggetti relativamente poco luminosi e di piccole dimensioni: diventa oltremodo difficoltosa la messa a fuoco sul vetro smerigliato della reflex perché l'immagine ci appare molto scura.

Qualunque sia la tecnica adottata, valgono sempre delle regole da non dimenticare mai. Una delle più importanti è quella di fare sempre tutto il possibile per non far oscillare l'apparecchiatura durante le lunghe esposizioni. Lavorando generalmente con focali lunghe o lunghissime, ogni piccolo movimento anomalo si traduce in immagini mosse ed inaccettabili. Quando non si è sicuri della rigidità della strumentazione, si ricorre spesso al sistema d'esposizione del 'cartoncino nero' o 'del cappello'. Si tratta di questo: si predispone il tutto, ma prima di aprire l'otturatore si mette davanti all'obiettivo (senza toccarlo!) un cartoncino nero (o in mancanza un cappello!), si agisce sullo scatto, si toglie il cartoncino solo quando siamo sicuri che ogni vibrazione si è smorzata, si espone per tutto il tempo necessario e si piazza di nuovo il cartoncino prima di richiudere l'otturatore. La macchina fotografica non subirà scuotimenti dannosi.

Altro problema da risolvere durante le pose lunghe è l'inseguimento degli oggetti che come tutti sanno si spostano nel cielo col passare dei minuti. L'inseguimento può realizzarsi solo controllando con tecniche appropriate che gli oggetti inquadrati non subiscano spostamenti sul negativo durante l'esposizione: queste tecniche prendono il nome di "sistemi di guida" dei quali parleremo in seguito.

I quattro metodi di lavoro elencati da principio permettono, nell'ordine, di usare focali sempre maggiori e ottenere ingrandimenti più forti. Lo stesso oggetto, fotografato con tecniche diverse, verrà riprodotto più o meno grande: la sua immagine sulla pellicola (I) in millimetri può essere calcolata a priori usando questa formula [Disp.14] che tiene conto delle dimensioni angolari in arcosecondi dell'oggetto stesso ( a ) e della focale (F):

I = a x F / 206.265

Per finire, un altro suggerimento: fare sempre due o tre scatti in più allo stesso soggetto, magari con tempo di posa una volta dimezzato ed un'altra raddoppiato rispetto a quello valutato 'giusto', con la speranza che almeno una foto risulti poi esposta correttamente.

Ora forse si comincia a rendersi conto delle complicazioni, anche inaspettate, che ci riserva questa branca della fotografia. Ma non bisogna scoraggiarsi e le soddisfazioni non mancheranno.

Livorno, luglio 2001

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DISPENSA N. 19
FOTOGRAFIA ASTRONOMICA:

LE FOTO PIÙ SEMPLICI
(a cura di Dino Orsucci)

[Disp. 18] - Rubo il titolo ad un articolo di Nuovo Orione, luglio 2001 autore Walter Ferreri, che tratta appunto di attrezzature, tecniche di ripresa, oggetti fotografabili e mostra bellissime foto ottenute senza ricorrere al telescopio.

Di giorno, o anche al crepuscolo finché il cielo è ancora abbastanza chiaro, sono possibili fotografie a mano libera sfruttando esposimetro e automatismi della fotocamera. Se sono necessari tempi più lunghi di 1/60 sarà indispensabile usare un cavalletto (o in mancanza, appoggiare la macchina su una qualunque superficie solida) e scatto flessibile.

Quando sopraggiunge il buio, l'esposimetro va fuori uso. Sono allora necessari tempi sempre lunghi, che rendono obbligatorio usare la macchina ben ferma e con scatto flessibile. Per esposizioni di alcune decine di secondi è molto comodo il flessibile con la vitina di blocco per non stancare la mano ed evitare rischi di mosso.

I soggetti da riprendere sono innumerevoli e basta saper guardare il cielo per rendersene conto. Dipende anche dagli obiettivi che abbiamo disponibili, tenendo presente l'ampiezza che ognuno riesce ad abbracciare. Ovvio che le dimensioni degli oggetti saranno nella foto sempre più piccole quanto più corta è la focale usata. A tal proposito si ricorda la formula per conoscere le dimensioni dell'oggetto sul negativo (in millimetri):

negativo = oggetto x focale / 206.265

ove per oggetto s'intende la misura angolare dell'oggetto in secondi d'arco e focale è quella dell'obiettivo usato, espressa in millimetri.

Non è da trascurare la rotazione della volta celeste, che come noto, compie un giro nelle 24 ore, che corrispondono a 15° in un'ora, vale a dire 15' in un minuto. La rotazione produrrà del mosso sulla pellicola perché la macchina fotografica è ferma. Questo mosso tende a riprodurre le stelle come archi di cerchio anziché come dei puntini. Il fenomeno è solitamente sfruttato per realizzare le spettacolari fotografie della Stella Polare e zona circostante ove gli archi saranno ampi in proporzione al tempo di esposizione. Però, entro certi limiti, si possono fare fotografie senza mosso evidente; basta non eccedere col tempo di esposizione. C'è una formula per calcolare il tempo massimo che non produce mosso, che prende il nome di formula "delle stelle puntiformi". Essa prende in considerazione la focale (F) dell'obiettivo, la declinazione media (d) della zona ripresa e dà il risultato in secondi d'esposizione massima:

Il coseno si può ricavare con una comune calcolatrice con funzioni scientifiche. Per esempio con obiettivo 50 mm, zona con declinazione media 20°, il tempo massimo è circa 12 secondi, ma si può provare ad esporre per un po' di più.

Una regola generale è quella di fare SEMPRE più di uno scatto al solito soggetto, con tempi doppi o dimezzati rispetto a quelli calcolati. Si valuteranno poi le differenze.

Livorno, luglio 2001

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DISPENSA N. 20
FOTOGRAFIA ASTRONOMICA: IL PARALLELO
(a cura di Dino Orsucci)

[Disp. 18] - La fotografia eseguita in parallelo è quella fatta con la macchina fotografica, completa d'obiettivo, fissata sopra un telescopio in modo da sfruttarne le possibilità di puntamento e inseguimento. E' una tecnica che, se ben eseguita con strumentazione adeguata, dà risultati stupendi. Il campo inquadrato dipenderà dalla focale adottata, ma sarà in ogni caso più ampio di quello ripreso col telescopio che ha una focale lunga; di contro gli oggetti verranno riprodotti più in piccolo. Squarci della Via Lattea, costellazioni intere o gruppi di costellazioni, congiunzioni di pianeti, scene d'eclissi e tante altre inquadrature saranno possibili e daranno eccellenti risultati.

La connessione telescopio con fotocamera è una questione meccanica per niente critica e tanti astrofili si costruiscono da soli degli idonei supporti, senza ricorrere necessariamente agli accessori previsti dalle case costruttrici. Unico accorgimento è di verificare, specialmente con focali grandangolari, che insieme al cielo non si stia fotografando anche un pezzo di telescopio.

Questa tecnica consente di effettuare pose molto lunghe, purché il telescopio abbia la montatura equatoriale e si possa eseguire un valido inseguimento degli astri inquadrati per non provocare del mosso. L'inseguimento può realizzarsi intervenendo manualmente con continui movimenti della montatura, oppure sfruttandone il moto orario. In ogni caso la giusta posizione del soggetto fotografato deve essere costantemente controllata con un sistema "di guida". Si tratta di controllare, attraverso l'oculare del telescopio, che la zona inquadrata si mantenga nella stessa posizione durante tutta la posa. A questo scopo sono molto utili gli appositi oculari con dei fili in croce nel campo di vista: si centra nel crocicchio una stella, se ne ingrandisce l'immagine sfocandola leggermente e si controlla che non si sposti, altrimenti s'interviene per centrarla di nuovo. Alcuni oculari hanno la possibilità di illuminare i fili del crocicchio per facilitare questo compito, ma in fin dei conti anche un normale oculare può servire per la guida, portando al suo margine l'immagine della stella sfocata e cercando di mantenercela. Importante è seguire una regoletta empirica, che raccomanda di eseguire l'inseguimento con un numero d'ingrandimenti pari ai centimetri della focale con cui si sta fotografando. In sostanza bastano 40 ingrandimenti dello strumento guida per fotografare in parallelo con un tele di 400 mm ( = 40 cm).

Come in tutte le tecniche fotografiche 'estreme' è necessario evitare oscillazioni anomale al sistema ottico e usare lo scatto flessibile. Quando non si è sicuri della rigidità della strumentazione, si ricorre al sistema d'esposizione del 'cartoncino nero' già descritto.

Livorno, luglio 2001

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DISPENSA N. 21
FOTOGRAFIA ASTRONOMICA:

IL FUOCO DIRETTO
(a cura di Dino Orsucci)

[Disp.18] - La fotografia al fuoco diretto è quella fatta con la macchina fotografica, priva d'obiettivo, collocata al posto dell'oculare del telescopio. Il collegamento meccanico si realizza generalmente con due accessori: un raccordo fotografico (specifico del telescopio) che va sostituito al porta-oculari e termina con una flangia standard; poi occorre il cosiddetto 'anello T' che s'innesta al raccordo fotografico mediante analoga flangia e dall'altro lato accetta il corpo macchina. Esiste pertanto un anello T specifico per ogni marca di reflex. Una volta effettuate queste connessioni, il tutto ha la rigidità sufficiente a garantire un buon lavoro.
Sotto l'aspetto ottico, l'obiettivo telescopico forma l'immagine reale che cadrà sulla pellicola impressionandola. Pertanto, con questa tecnica, è come fotografare con un teleobiettivo di focale uguale a quella del telescopio; anche l'apertura relativa sarà quella del telescopio (ricordiamo che f = F / D ) ed il suo valore avrà lo stesso significato del diaframma di un qualunque obiettivo fotografico. Pertanto, al fine di determinare i tempi d'esposizione, si terrà conto di questo dato. Per la messa a fuoco si utilizza il focheggiatore.
Per quanto riguarda altri aspetti come le dimensioni degli oggetti sul negativo, le raccomandazioni di non far subire vibrazioni all'apparecchiatura, la possibilità di esporre col cartoncino, quella di sfruttare il moto orario per un grossolano inseguimento ecc. valgono le regole generali già accennate per le altre tecniche già trattate.
Va però rilevato che rispetto alla foto in parallelo, quella al fuoco diretto lavora con la focale telescopica che è molto più lunga, perciò occorre più attenzione nell'effettuare un corretto inseguimento quando la durata della posa lo rende necessario. Volendo rispettare la regoletta empirica che raccomanda di eseguire l'inseguimento con un numero d'ingrandimenti pari ai centimetri della focale con cui si sta fotografando, dovremmo avere, per esempio, 120 ingrandimenti per una focale di 1200 mm. Questo è il motivo per cui a volte si usano piccoli rifrattori fissati sui grossi telescopi: essi servono appunto come sistemi di guida.
Questo metodo di ripresa è l'ideale per fotografare la Luna in modo che occupi una parte significativa del negativo, e difatti con una focale di 1000 mm. essa avrà una dimensione di circa 9 mm. L'esposizione sarà di frazioni di secondo e si può provare ad affidarsi all'esposimetro.
Il sistema meccanico così allestito si presta comodamente a fornire anche ingrandimenti maggiori, ma in questo caso non si potrà più parlare di "metodo diretto". Si deve interporre tra anello T e fotocamera un moltiplicatore di focale fotografico (generalmente 2 x) o una "Barlow" che aumentano artificiosamente la focale telescopica ed in proporzione le dimensioni degli oggetti sulla fotografia. Ovvio che anche i tempi d'esposizione subiranno opportuni ritocchi. Ma attenzione: con un duplicatore di focale non è sufficiente raddoppiare il tempo di posa, come potrebbe sembrare. Se al fuoco diretto con F=1000 e D=125 avevamo apertura f 8, ora portando F a 2000 avremo apertura 2000/125 = f 16 che è distante da 8 due scalini nella scala dei diaframmi, il che esige di moltiplicare il tempo di posa per 4.

Livorno, luglio 2001

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DISPENSA N. 22
FOTOGRAFIA ASTRONOMICA:

PROIEZIONE OCULARE - LA PRATICA
(a cura di Dino Orsucci)

[Disp. 18] - Nella fotografia astronomica una tecnica molto importante è la "proiezione oculare", con la quale si ottengono sulle negative immagini molto ingrandite. Bisogna montare sul focheggiatore un accessorio, denominato telextender, nel quale s'introduce un oculare. All'estremità del tele-extender si fissa la macchina fotografica privata del suo obiettivo, in modo che il piano focale (ove cioè è posizionata la pellicola) sia ad una certa distanza dal centro ottico dell'oculare, distanza che prende il nome di 'tiraggio'. Alcuni telextender hanno anche la possibilità di variare a piacere il tiraggio. La messa a fuoco si regola, come il solito, manovrando il focheggiatore.



Questa configurazione fa aumentare la lunghezza focale del telescopio di una certa misura in relazione alla focale dell'oculare ed al tiraggio. Chi volesse approfondire l'argomento per capire il relativo fenomeno ottico e le relazioni matematiche da esso dipendenti, potrà consultare la Disp.23. D'altra parte bisogna chiarire che le formule non aiutano a valutare i veri effetti dell'assemblaggio effettuato perché difficili da impostare, perciò nella pratica occorre aggirare l'ostacolo e adottare metodi empirici ma validi.
Intanto ricordiamo alcuni concetti fondamentali dell'ottica del telescopio:
L'apertura relativa (f) = focale del telescopio (F) diviso diametro del telescopio (D)
f = F / D

  • L'apertura relativa (f) in termini fotografici vale 'apertura del diaframma'
  • L'esposizione da dare è in stretta relazione con l'apertura (f) oltre che con la sensibilità della pellicola (ISO) e con la luminosità del soggetto.

E' facile dedurre che se un telescopio di focale F 1000 lo portiamo con assemblaggi particolari a F 7000, cioè ne moltiplichiamo la focale di un certo fattore, anche l'apertura relativa assumerà un nuovo valore. In questo esempio se D era = 100 mm, f era = 1000/100 = f 10.
Ora la focale (F) è diventata 7000 e pertanto f = 7000/100 = f 70. Fotograficamente significa che anziché lavorare con diaframma f 10 ora lavoriamo con f 70. Di quanto si deve aumentare l'esposizione? Scorriamo la scala dei diaframmi incisa su un obiettivo fotografico e leggiamo (per esempio):
2 - 2.8 - 4 - 5.6 - 8 - 11 - 16 - 22 e probabilmente non va oltre. Noi possiamo allungarla proseguendo: … 22 - 32 - 45 - 65 - 90 - 130 …
Il telescopio era f 10 (possiamo arrotondare f 11); ora abbiamo f 70 (arrotondiamo a f 65). Tra 11 e 65 ci sono 5 gradini della scala. Questo vuol dire che il tempo d'esposizione non va moltiplicato per 5, ma per 2 alla quinta!! Se con f 10 avessi esposto per 10 secondi con f 70 dovrei dare un tempo di

Se il concetto non è chiaro facciamo il conto in altro modo, ricordando che un diaframma più chiuso di un valore vuole un tempo doppio:
f 11 = 10", f 16 = 20 ", f 22 = 40", f 32 = 80", f 45 = 160", f 65 = 320".
In premessa si diceva che avremmo parlato di pratica e invece quanto detto finora sembra piuttosto teoria. Diciamo che è soltanto quel minimo di teoria che bisogna conoscere per affrontare la pratica. Chi non è disposto ad esaminare questi problemi, rinunci in partenza, anche se, come vedremo in seguito con altre dispense, potremo facilitarci il compito con qualche tabellina, regolo calcolatore ecc.
Per ora, come punto di partenza, una volta che abbiamo montato il telextender con l'oculare e la fotocamera, se vogliamo procedere dobbiamo conoscere la focale F ottenuta, o come si dice in gergo la 'focale equivalente' (Feq). Per far questo ricorriamo ad un espediente molto semplice, purché la nostra macchina fotografica sia disposta ad aiutarci con il suo esposimetro incorporato.
Andiamo all'aperto, di giorno, con i nostri apparecchi e puntiamo il cielo azzurro lontano dal sole. Facciamo prima una misurazione di luminosità con la macchina fotografica al fuoco diretto; leggiamo il tempo di posa che ci suggerisce l'esposimetro e prendiamone nota. Ora, senza spostare il telescopio né la regolazione degli ISO, montiamo telextender, oculare e macchina fotografica e ripetiamo la lettura dell'esposimetro, che naturalmente corrisponderà ad un tempo molto più lungo. Se si va fuori range si ripete il tutto regolando gli ISO su valori più alti. Confrontando le due letture si contano i gradini di differenza sulla scala dei tempi. Il nuovo valore d'apertura sarà quello più chiuso, sulla scala delle aperture, di un pari numero di gradini.
Ora che sappiamo con quale apertura relativa stiamo lavorando sarà facile ricavare gli altri dati.

Facciamo sempre l'esempio del Telescopio F 1000, D 100, f 10. Oculare Foc 9 mm. Il tiraggio fornito dal telextender è in sostanza impossibile da misurare perché nessuno sa con precisione dov'è posto il "centro ottico" dell'oculare nei suoi 4 o 5 cm di lunghezza. Però abbiamo misurato la luminosità del cielo con il telescopio al fuoco diretto (quindi a f 10, arrotondato a f 11 nei calcoli) e poniamo che l'esposimetro abbia segnato 1/125 di secondo. Se in assemblaggio "proiezione oculare" l'esposimetro segna un tempo di ¼ di secondo la differenza fra le due letture sulla scala dei tempi vale 5 gradini (1/125, 1/60, 1/30, 1/15, 1/8, ¼): il diaframma più chiuso di cinque valori a partire da f 10 è f 65.
Il diametro D 100 resta invariato, ma la focale F che era 1000 ora è aumentata a ben 65 x 100 = 6500. Facendo la fotografia, operiamo in definitiva con un teleobiettivo di focale di circa 6,5 metri, aperto (meglio dire chiuso) a f 65. Questa apertura, piuttosto piccola, renderà l'immagine sul vetrino della reflex alquanto scura, tanto da rendere difficile la messa a fuoco.

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